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21/12/2009
COP 15 in tono minore: leader del mondo a testa bassa davanti al clima che cambia

L’immagine che ha segnato la fine del vertice di Copenhagen non è sicuramente entusiasmante: i leader mondiali intorno a un tavolo incapaci di prendere una decisione per il futuro del pianeta. Sono servite a poco le discussioni tra Barack Obama e il primo ministro cinese Wen Jianbao. Alla fine è prevalso il compromesso al ribasso. Lo stesso presidente francese Nicolas Sarkozy ha ammesso che si è stati vicini al fallimento.  Obama non ha prodotto il miracolo che molti, soprattutto tra i leader dell’Unione europea, speravano. Il presidente degli Stati Uniti ha giocato più una partita interna con il Congresso di Washington preoccupato delle concessioni alla Cina. Non serve parlare di fallimento, ma è certo che in pochi giorni sono emerse chiare le difficoltà di mettere tutti d’accordo. E soprattutto d’imporre controlli alle nuove potenze industriali che guardano con sospetto a ogni interferenza esterna. Dunque niente obblighi, e pochi controlli: l’accordo raggiunto tra i grandi Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo è una dichiarazione politica, che contiene alcuni obiettivi minimi chiaramente definiti. Per esempio, l’aumento della temperatura media del pianeta, rispetto all’era pre-industriale, non deve essere superiore a due gradi centigradi. Gli obiettivi di riduzione dei gas a effetto serra per i prossimi dieci anni verranno definiti in gennaio, mentre non c‘è accordo sui quarant’anni. Nell’accordo viene poi detto che i singoli Paesi dovranno presentare un resoconto delle loro azioni contro l’inquinamento. Viene anche previsto un controllo internazionale, ma senza caratteri di obbligatorietà, e comunque nel rispetto della sovranità nazionale. Sono stati definiti gli impegni finanziari, come il fondo europeo da sette miliardi di euro all’anno per i prossimi tre anni, ai quali si aggiungono 10 miliardi da USA e Giappone, e poi 70 miliardi complessivi all’anno per il periodo 2012-2020. Fondi pubblici e privati, che i Paesi in via di sviluppo dovranno usare per rendere meno inquinanti i propri sistemi produttivi e proteggere le foreste.