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Dal 7 al 18 dicembre si svolge a Copenhagen la quindicesima Conferenza Onu sui cambiamenti climatici. La Conferenza ha il compito di negoziare un nuovo trattato per impegnare l’intera comunità internazionale in misure in grado di fermare il riscaldamento globale. Il nuovo accordo dovrà sostituirsi al Protocollo di Kyoto in scadenza nel 2012.
I dati riportati dell'United Nations Statistics Division mettono in evidenza i Paesi caratterizzati dai valori più elevati di emissioni di CO2: Cina, Stati Uniti, India e Russia. Tra questi solo la Russia ha ratificato il protocollo di Kyoto ed è per questo che vi sono forti aspettative sull’incontro di Copenhagen. Per quanto riguarda la situazione europea, nel 2007 in UE-27 sono stati emessi oltre 5000 milioni di tonnellate di CO2 equivalente che rappresentano circa il 12% delle emissioni globali.
Circa il 93% delle emissioni generate è determinato dai processi di combustione dei combustibili fossili ed il restante 7% da specifici processi industriali quali produzione di cemento, industria chimica e siderurgica.L’ambizione più alta attesa dall’incontro a Copenhagen è il raggiungimento di un’intesa che rafforzi gli obiettivi di Kyoto e li estenda ad un periodo temporale molto più lungo (la date di riferimento sono 2020 e 2050), impegnando in maniera vincolante anche i Paesi che non hanno aderito al Protocollo di Kyoto (Stati Uniti) o che sono state esentate dai tagli alle emissioni di gas serra per non frenarne la crescita (Cina, India, Brasile e molti altri ancora).
Il passaggio centrale dal punto di vista dei numeri della bozza di accordo, preparata dalla presidenza danese per la conferenza delle Nazioni Unite, riguarda i livelli di emissione che dovranno essere dimezzati entro il 2050 rispetto a quelli del 1990, con l’80% del taglio a carico dei paesi industrializzati.
In secondo luogo, la maggioranza dei paesi sviluppati riconosce la necessità di creare un fondo internazionale per l’adattamento dei paesi poveri ai cambiamenti climatici. I paesi dell’Africa subsahariana e le isole del Pacifico sono i meno responsabili e al tempo stesso i più esposti a cambiamenti del clima e all’innalzamento degli oceani che potrebbe derivarne. Per questo motivo i paesi ricchi del Commonwealth si sono già impegnati a stanziare dieci miliardi di dollari all’anno per aiutare i paesi più poveri ad affrontare le conseguenze del surriscaldamento globale; a Copenaghen si potrebbe decidere di intensificare gli sforzi in tal senso.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, Obama ha promesso di portare al tavolo dei negoziati l’impegno a ridurre entro il 2020 le emissioni di gas serra del 17% rispetto ai livelli del 2005. È una riduzione che appare quasi insignificante se si prende come anno base il 1990, come fa l’Unione Europea. È anche vero, però, che, se si prendono in considerazione le misure di efficienza energetica e gli investimenti in energia rinnovabile previsti dal progetto di legge già approvato dalla Camera dei rappresentanti Usa, la riduzione effettiva di emissioni si avvicina notevolmente agli obiettivi posti dall’Ue, come sottolineato da un’analisi del World Resources Institute. Inoltre, l’obiettivo Usa per il 2020 rappresenterebbe solo il primo passo verso la creazione di un sistema di incentivi economici volti a favorire la transizione ad un’economia meno dipendente dai combustibili fossili fino al raggiungimento di una riduzione delle emissioni di circa l’83% previsto per il 2050.
Per quanto riguarda la Cina, Wen Jiabao ha annunciato che il Paese ridurrà la propria intensità carbonica del 40 o 45% entro il 2020.





