Che cosa significa sviluppo sostenibile?
Nella definizione ufficiale, espressa nel 1987 dal Rapporto Brundtland, "lo sviluppo sostenibile soddisfa le necessità delle attuali generazioni, senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie". Esistono oltre trecento definizioni formali della disciplina: "La sostenibilità è l'offerta di benessere collettivo con un consumo efficiente di natura e risorse, in tal modo liberate per chi non è ancora partecipe del nostro livello di benessere", scrive Wolfgang Sachs, sociologo e ricercatore del Wuppertal Institute, "per sviluppo sostenibile si intende un miglioramento della qualità della vita, senza eccedere le capacità di carico degli ecosistemi alla base", ribadisce l'ONU nel 1992
Il concetto di sviluppo sostenibile si fonda sull'integrazione di dieci componenti: ambiente, economia, socio-cultura (dimensioni dello sviluppo), equità sociale, equità interlocale, o intragenerazionale, equità intertemporale o intergenerazionale (dimensioni di equità), diversità, sussidiarietà, partnership e networking, partecipazione (principi di sistema).
Qual è la cronologia dello sviluppo sostenibile?
Gli anni Settanta segnano la nascita della "questione ambientale globale" e testimoniano l'intensa attività di convergenza internazionale per la salvaguardia dell'ambiente. Nel 1972 si tiene la Conferenza di Stoccolma e nasce l'UNEP (United Nations Environmental Programme) il programma dell'O.N.U. relativo alle problematiche ambientali, con l'obiettivo di coordinare le politiche ambientali globali. Nel 1987 viene pubblicato il Rapporto Brundtland "Il futuro di noi tutti", nel quale viene espressa la prima definizione di sviluppo sostenibile. Nel 1992 ha luogo la Conferenza di Rio de Janeiro: i principali documenti approvati durante la conferenza sono stati la Convenzione quadro sul cambiamento climatico (UNFCCC - United Nations Framework Convention on Climate Change), la Convenzione sulla biodiversità, la Dichiarazione di Rio, la Dichiarazione sulle foreste, l'Agenda 21. Nello stesso anno l'Unione Europea a Maastricht approva il nuovo Trattato nel quale viene recepito il concetto di sostenibilità ambientale. Nel 1995 si tiene la prima Conferenza delle Parti (COP1) della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico, che stabilisce attraverso il "Mandato di Berlino" che i Paesi industrializzati devono muoversi verso un impegno più sostanziale nella lotta contro il cambiamento climatico.
Nel 1997, Durante la COP 3 della UNFCCC viene adottato il Protocollo di Kyoto, che ha come obiettivo una riduzione delle emissioni di CO2 di almeno il 5,2% rispetto ai livello del 1990 da ottenere tra il 2008 e il 2010. Nel 2002, a dieci anni dal vertice della Terra si tiene il Vertice di Johannesburg. Nel febbraio 2005 entra in vigore il Protocollo di Kyoto, ratificato dai maggiori Paesi industrializzati ad eccezione degli Stati Uniti. Nel novembre 2006, a Nairobi, vengono messi in discussione gli sviluppi futuri del Protocollo.
Come tradurre in pratica lo sviluppo sostenibile?
I più recenti orientamenti condivisi dalla comunità scientifica internazionale, mettono in luce un'esigenza sempre più urgente di riscrivere i processi di produzione e di consumo per consentire uno sviluppo capace di durare nel tempo (anche per le generazioni future) e diffuso (equo per il Nord e il Sud del mondo). La sostenibilità incoraggia l'uso efficiente delle risorse, fornisce soluzioni efficienti per il controllo dei costi, offre libertà di scelta, stimola la concorrenza, spinge l'innovazione, sviluppa la creatività individuale, promuove trasparenza di informazione, aiuta la creazione di valore diffuso, apre nuove opportunità per migliorare la qualità della vita. Mettere in pratica la sostenibilità significa abbracciare una serie di comportamenti e di buone pratiche nella quotidianità della vita di tutti i giorni. Risparmio idrico ed efficienza energetica, raccolta differenziata e mobilità responsabile sono solo alcuni degli aspetti che rispondono alle esigenze della sostenibilità.
L'Agenda 21 è il documento sottoscritto da 178 Paesi durante la Conferenza ONU "Earth Summit" tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Tale documento contiene "le cose da fare nel XXI secolo" a livello planetario per rendere sostenibile lo sviluppo del pianeta. L'Agenda 21 Locale è un processo che cerca di trasferire a livello locale le politiche di sviluppo che possano agevolare il raggiungimento di obiettivi di sostenibilità, attraverso un processo di partecipazione del territorio e degli stakeholder locali.
Qual è l'impegno italiano per Agenda 21?
In Italia l'introduzione di processi di Agenda 21 Locale, come strumento di governo del territorio, è abbastanza recente e risale alla fine degli anni '90. Le esperienze più significative sono quelle del Comune di Roma, di Ferrara, di Modena, delle Province di Modena, Torino e Siena, e delle Regioni Lombardia, Liguria, Emilia Romagna e Toscana. Un fondamentale impulso alla diffusione dei temi della Agenda 21 Locale in Italia è stato dato dal Coordinamento Agende 21 Locali Italiane che oggi raccoglie più di 250 comunità locali impegnate nello sviluppo di una propria Agenda 21, con la sottoscrizione della Carta di Ferrara. Anche alcune istituzioni nazionali si stanno muovendo. Il Ministero dell'Ambiente ha promosso le iniziative "Città Sostenibili dei Bambini e delle Bambine" e il "Premio Città Sostenibili". L'Apat (Agenzia per la Protezione dell'Ambiente e per i Servizi Tecnici) ha pubblicato e distribuito a tutti gli enti locali italiani le "Linee Guida per le Agende 21 Locali in Italia", strumento utile per ciascuna amministrazione locale ma anche per enti di gestione parchi e patti territoriali, per individuare, rielaborare e creare nuove progettualità in materia di sviluppo sostenibile.
Di quali fasi si compone il processo di Agenda 21 Locale?
Il processo di Agenda 21 si apre con l'attività di audit, ovvero la raccolta di tutti i dati di base sull'ambiente fisico, sociale ed economico, una vera e propria analisi ambientale che serve a costruire, attraverso indicatori ambientali, il Rapporto sullo Stato dell'Ambiente (RSA) su cui si svilupperà la discussione per la redazione dell'Agenda 21 locale. Segue l'attivazione del Forum: tutti gli interessi e i soggetti coinvolti a livello locale vengono coordinati all'interno di un Forum che ha il compito di orientare il processo di elaborazione dell'Agenda 21 e monitorarne l'applicazione. In questa sede prende il via la consultazione con la comunità locale allo scopo di individuarne i bisogni, definire le risorse che ogni parte può mettere in gioco, individuare i potenziali conflitti da gestire tra interessi diversi. Vengono poi definiti i target, gli obiettivi, quanto più concreti, meglio se quantificabili, da associare a precise scadenze temporali. Tutto questo, affiancato da una continua attività di comunicazione e di reporting, è finalizzato alla redazione di un Piano di Azione Locale (PAL).
Che cos'è il Piano di Azione Locale?
Il Piano d'Azione Locale (PAL) è un documento che deve contenere la definizione della "visione ambientale condivisa" scaturita dai Forum, l'indicazione degli obiettivi generali e dei conseguenti obiettivi specifici con il termine temporale di perseguimento, le strategie finalizzate al perseguimento dei suddetti obiettivi, le azioni comprensive degli attori sociali coinvolti e delle modalità di monitoraggio-controllo del completamento dell'azione, le modalità di monitoraggio-verifica dello stato di attuazione del piano, con i tempi dei successivi aggiustamenti. Il Piano sarà costituito da una vera e propria agenda contenente le azioni e i progetti da sviluppare negli anni a venire e conterrà indicazioni di carattere operativo per l'attuazione delle azioni, con la conseguente previsione di ruoli, compiti e risorse finanziarie necessarie.
Qual è lo stato di attuazione di Agenda 21 in Italia?
Secondo l'indagine campionaria svolta dal Coordinamento Agende 21 Locali Italiane nel 2006 gli enti che in Italia hanno attivato un processo di Agenda 21 Locale sono 707. Le regioni che raccolgono il più alto numero di adesioni ad Agenda 21 sono la Lombardia, la Toscana e l'Emilia Romagna. Il 78% di chi ha risposto all'indagine dichiara di essere iscritto ad almeno un network di Enti Locali per lo sviluppo sostenibile, il 65% è socio del Coordinamento Nazionale Agende 21 Locali, il 34% fa parte di un Coordinamento Regionale, il 10% è socio di ICLEI. La quasi totalità di chi ha partecipato all'indagine ha sottoscritto la Carta di Aalborg, il 35% anche gli Aalborg Commitments. L'87% degli Enti che hanno aderito all'indagine ha già attivato anche degli strumenti tecnici a supporto del proprio processo di Agenda 21 Locale: primo tra tutti la RSA realizzata da oltre la metà degli Enti che hanno partecipato all'indagine.
Tra gli strumenti di nuova generazione ottiene un ottimo risultato il Green Public Procurement (GPP) ovvero le politiche di acquisti verdi portate avanti dagli Enti promotori dell'Agenda 21 Locale. Tra coloro che hanno risposto all'indagine 2006 solo il 25% si dichiara ancora nella fase iniziale o nella fase di realizzazione di un quadro diagnostico del proprio territorio, mentre il restante 75% ha già costituito il Forum e avviato un processo di partecipazione. Tra quest'ultimi, il 54% ha definito o sta definendo il Piano d'Azione, il 31% ne sta realizzando l'attuazione ed il 14% ha già avviato una attività di monitoraggio dei risultati conseguiti. Tra le Regioni italiane è la Toscana quella che ha incrementato maggiormente il proprio numero di Agende 21 Locali attive. Tra le regioni del Sud, la Puglia e la Sicilia registrano gli incrementi più significativi.
Qual è lo scenario attuale dell'energia in Europa?
Attualmente i combustibili fossili rappresentano il 79% del consumo europeo di energia, il 15% è costituito da energia nucleare e solo il 6% dell'energia europea deriva da fonti rinnovabili. Dato l'attuale clima di incertezza riguardo i combustibili fossili, sta crescendo in Europa la richiesta di investimenti in nuove fonti di energia.
Che cos'è il Picco di Hubbert?
La teoria del Picco di Hubbert è una teoria scientifica, proposta, nella sua formulazione iniziale, nel 1956 dal geofisico americano Marion King Hubbert, riguardante l'evoluzione temporale della produzione di una qualsiasi risorsa minerale o fonte fossile esauribile o fisicamente limitata. In particolare, l'applicazione della teoria ai tassi di produzione petrolifera, risulta oggi densa di importanti conseguenze dal punto di vista geopolitico, economico e ingegneristico.
La teoria permette di prevedere, a partire dai dati relativi alla "storia" estrattiva di un giacimento minerario la data di produzione massima della risorsa estratta nel giacimento, così come per un insieme di giacimenti o una intera regione. Il punto di produzione massima, oltre il quale la produzione può soltanto diminuire, viene detto picco di Hubbert.
Quali sono le fonti fossili e quali le rinnovabili?
Ai sensi dell'articolo 2, comma 1 del D.lgs. n. 387 del 29 dicembre 2003, per fonti rinnovabili si intendono "le fonti energetiche rinnovabili non fossili (eolica, solare, geotermica, del moto ondoso, maremotrice, idraulica, biomasse, gas di discarica, gas residuati dai processi di depurazione e biogas). In particolare, per biomasse si intende la parte biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui provenienti dall'agricoltura (comprendente sostanze vegetali e animali) e dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani". Sono fonti convenzionali e non rinnovabili il carbone, il petrolio grezzo e il gas naturale.
Che cosa sono i Certificati Verdi (CV)?
I Certificati verdi sono titoli emessi dal GRTN, che attestano la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. A partire dal 2002 gli operatori che hanno prodotto e/o importato nell'anno precedente energia da fonte convenzionale, sono obbligati ad immettere in rete una quota di energia "verde", cioè ricavata da fonti rinnovabili. Ogni Certificato Verde attesta la produzione di 50 MWh di energia elettrica.
Quanta energia da fonti rinnovabili si produce in Italia?
Nel 2005, in Italia la produzione lorda di energia elettrica da impianti alimentati da fonti rinnovabili ha raggiunto il valore di 49.920 GWh. Il maggiore contributo è venuto dalla produzione idroelettrica, pari a 36.067 GWh, seguito dalla produzione da biomasse e rifiuti, 6.155 GWh, geotermica, 5.324 GWh, ed eolica, 2.343 GWh. Nella Direttiva Europea 2001/77/CE sulla promozione delle fonti rinnovabili, l'Italia ha indicato, quale obiettivo realistico al 2010, una produzione interna lorda di elettricità da fonti rinnovabili pari a 76.000 GWh ed una percentuale di produzione da fonti rinnovabili del 22% (rapporto della produzione rinnovabile nazionale, sommata alle importazioni di energia rinnovabile con certificazione riconosciuta, sul consumo interno lordo di elettricità).
In cosa consiste il riscaldamento globale?
Riscaldamento globale (global warming) è un termine usato per descrivere l'aumento nel tempo della temperatura media dell'atmosfera terrestre e degli oceani. L'attività umana ha intensificato il naturale effetto serra: un'impennata nella concentrazione di gas serra si è avuta con l'utilizzo di combustibili fossili, che ha intaccato le riserve geologiche di carbonio. Altre cause sono legate alla maggior produzione di metano dovuta ad un incremento dell'allevamento intensivo e delle colture a sommersione (per esempio il riso), al vapore acqueo e altri prodotti di sintesi, quali i clorofluorocarburi e altri gas serra.
Ogni anno vengono liberate nell'atmosfera circa 25 miliardi di tonnellate di CO2, mentre il pianeta riesce a riassorbirne meno della metà. Il riscaldamento dell'atmosfera è dovuto principalmente a tre fattori: l'effetto serra, l'irraggiamento solare e l'attività geotermica dei vulcani. Da un recente studio dell' Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) è emerso che l'attività umana contribuisce in maniera significativa all'intensificazione dell'effetto serra. Un primo tentativo di limitare l'alterazione climatica indotta dall'uomo è il Protocollo di Kyoto.
Che cosa sono i meccanismi flessibili previsti dal Protocollo di Kyoto?
I meccanismi flessibili sono azioni di cooperazione internazionale, supplementari rispetto alle azioni domestiche, attraverso cui i Paesi Annex I del Protocollo di Kyoto possono attuare una parte dei propri obiettivi di riduzione realizzando progetti di abbattimento delle emissioni dove è economicamente più conveniente.
Quali sono i meccanismi flessibili previsti nel Protocollo di Kyoto?
I meccanismi flessibili previsti nel Protocollo di Kyoto sono tre: l'EU-ETS (European Union - Emission Trading System) è il sistema europeo per lo scambio dei permessi di emissioni di gas a effetto serra assegnati a tutti gli impianti regolati dalla Direttiva 2003/87/CE. L'assegnazione avviene attraverso i Piani Nazionali di Assegnazione definiti dai singoli governi nazionali. Il sistema ET è stato creato in un'ottica di efficienza economica e di contenimento dei costi di abbattimento delle emissioni. Le quote di emissione vengono rilasciate ogni anno a ciascun settore produttivo regolato dalla Direttiva. Ogni quota dà il diritto di rilasciare in atmosfera una tonnellata di CO2 equivalente nel corso dell'anno di riferimento della quota stessa. Tali quote di emissione possono essere vendute e comprate sul mercato comunitario.
Esistono poi i meccanismi di Joint Implementation (JI) attraverso cui è consentito ai Paesi dell'Annex I del Protocollo di Kyoto realizzare in maniera congiunta progetti di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Attraverso la realizzazione di tali progetti, il Paese investitore otterrà un trasferimento, da parte del Paese ospitante, di crediti di emissione. Infine esiste il Clean Development Mechanism (CDM), attraverso cui è consentito ai Paesi dell'Annex I realizzare dei progetti di sviluppo pulito (basato cioè sull'innovazione tecnologica e sull'utilizzazione di tecnologie nuove ad alta efficienza e a bassa emissione di gas serra) nei Paesi non Annex I (senza vincoli di emissione).
Quale futuro per il Protocollo di Kyoto?
l Protocollo di Kyoto prevede, per i Paesi Annex I, una riduzione delle emissioni inquinanti del 5,2% rispetto a quelle del 1990 (considerato come anno base), nell'arco temporale 2008-2012. La comunità internazionale sta discutendo quale strategia adottare per la prosecuzione degli accordi di Kyoto. Nei primi giorni di novembre 2006 si è tenuta a Nairobi, in Kenya, la Conferenza delle Parti (COP 12) e il secondo Meeting delle Parti (MOP2). Il Vertice ha rappresentato la prosecuzione del percorso iniziato con la COP 11 a Montreal, ed è stato occasione per impostare le base per il futuro della politica sulle emissioni. Secondo i dati pubblicati dall'ONU gli obiettivi fissati a Kyoto sono ancora distanti da raggiungere.
I dati mostrano un aumento totale delle emissioni pari al 2,4% tra il 2000 e il 2004. La tendenza maggioritaria afferma la necessità di ridurre le emissioni di gas a effetto serra prodotte dai Paesi industrializzati del 15-30% entro il 2020 e del 60-80% entro il 2050.
Che cosa sono gli indicatori e come si rapportano alla sostenibilità?
Un indicatore è uno strumento in grado di dare informazioni in forma sintetica di un fenomeno più complesso e ampio non rilevabile direttamente né immediatamente percepibile. Una delle principali caratteristiche degli indicatori è quella di essere espressi in valori numerici, calcolati secondo procedure riproducibili e verificabili, e quindi di potere facilmente essere confrontati con altri valori. A livello internazionale, sono oramai accolti e condivisi i requisiti, individuati in sede OCSE: affinché un indicatore possa essere considerato efficace deve essere caratterizzato da rilevanza e utilità rispetto agli obiettivi, solidità scientifica e misurabilità. Il modello di riferimento per l'organizzazione degli indicatori ambientali è il modello DPSIR (Driving forces - Pressioni - Stato - Impatti - Risposte), sviluppato dalla Agenzia Europea per l'Ambiente, come approfondimento dell'originario modello PSR (Pressione - Stato - Risposta) progettato dall'OCSE.
Attraverso la contabilità ambientale è possibile fondare metodologicamente e operativamente l'azione verso lo sviluppo sostenibile definendo ciò che una comunità locale si prefigge di raggiungere in termini di sostenibilità nel breve, medio e lungo periodo e concretizzandolo in un vero e proprio piano d'azione.
Che cos'è il Rapporto di Sostenibilità?
Il Rapporto (o Report) di Sostenibilità è uno strumento volontario che permette alle organizzazioni di comunicare gli impatti di natura economica, ambientale e sociale generati dalle proprie attività, prodotti e servizi, rappresentando una visione integrata è più ampia rispetto al Rapporto o Bilancio ambientale e rispetto al Bilancio Sociale (che, in ogni caso, costituiscono un utile punto di partenza per il passaggio alla stesura di Reporting di Sostenibilità). Il Rapporto di Sostenibilità genera un miglioramento del management, un abbattimento dei costi, la differenziazione all'interno del mercato, un perfezionamento dell'immagine, facilitando la comunicazione interna ed esterna.
Quali sono i principali indicatori di sostenibilità?
A partire dai primi anni Novanta, con la creazione dei modelli PSR e DPSIR, sono fiorite diverse centinaia di set di indicatori di sostenibilità. Tra questi vanno menzionati la capacità di carico, l'impronta ecologica, gli Environmental Condition Indicators e gli Environmental Performance Indicators, gli Indicatori Comuni Europei, l'Environmental Sustainability Index, il Pil Verde, il Genuine Progress Indicator e l'Human Development Index, la Soglia Ambientale (Environmental Threshold), mentre per quanto riguarda le imprese sono da sottolineare il Dow Jones Sustainability Index, l'Ethibel Sustainability Index e l'FTSE4Good.
Le Linee Guida di Global Reporting Initiative (GRI), istituzione indipendente promossa dall'UNEP e da Global Contact, sono adottate ormai a livello mondiale e ritenute universalmente il modello più completo e capace di coniugare le tre dimensioni (economica, sociale e ambientale) nella redazione di Rapporti di Sostenibilità. Le Linee Guida G3, edite nel 2006, rappresentano la terza produzione di GRI dopo la versione inaugurale nel 2000, e sono costruite sulla base delle Linee Guida G2 (edite nel 2002) già adottate da migliaia di organizzazioni in tutto il mondo come set standard globale per il reporting di sostenibilità.
Le imprese italiane che hanno aderito alle Linee Guida GRI e hanno pubblicato un Report di Sostenibilità secondo i dettami dell'istituzione internazionale sono 31 (dato novembre 2006). In totale i Report di Sostenibilità pubblicati "in accordance"o con "approccio informale" alle Linee Guida GRI nel quadriennio 2003-2006 dalle imprese italiane sono 60 (nel mondo sono 1.779). Le tipologie di azienda maggiormente rappresentate sono quelle legate ai servizi finanziari, alle telecomunicazioni e delle energy utilities.
Global Reporting Initiative ha presentato, nel mese di ottobre 2006, la terza versione delle linee guida per la redazione di rapporti di sostenibilità delle organizzazioni. La nuova versione, denominata G3, sostituisce la precedente (elaborata nel 2002) ed è stata semplificata per venire incontro alle difficoltà delle imprese che vi si accostano per la prima volta tenendo conto delle considerazioni di ordine pratico che possono provenire da varie tipologie di organizzazioni, dalle piccole e medie realtà economiche fino alle grandi imprese con sedi operative in luoghi diversi.
Il Quinto Programma d'azione in campo ambientale dell'Unione Europea (1993-2000), si è basato su principi innovativi capaci di incidere non solo sul modo di impostare la nuova legislazione ambientale, ma anche sui modi di produrre delle imprese e di comunicare con il pubblico. Questi ultimi si sono concretizzati nei due schemi di certificazione ambientale EMAS ed Ecolabel che si prefiggono l'obiettivo di promuovere lo sviluppo economico in armonia con l'ambiente. Ad essi si affianca il sistema ISO 14000, creato per "minimizzare gli impatti negativi delle attività sull'ambiente e per spingere al costante miglioramento delle performance ambientali".
ISO 14001:2004 è la nuova versione, pubblicata il 15 Novembre 2004, del più noto standard ambientale ISO 14001. ISO 14001 (che fa parte della famiglia di standard ISO 14000) è uno strumento di validità internazionale che le aziende hanno a disposizione per migliorare la gestione ambientale delle proprie attività, dei prodotti e dei servizi.
Le norme che lo costituiscono, pubblicate per la prima volta nel 1996, vengono elaborate da uno specifico Comitato Tecnico ISO, e sono pensate per essere applicate a organizzazioni di qualsiasi tipo e dimensione. Tali norme rispecchiano il generale consenso circa le buone pratiche rivolte alla protezione dell'ambiente, e si basano sul concetto di "miglioramento continuo" delle performance ambientali. I passi per ottenere una certificazione ISO 14001 sono: l'analisi ambientale iniziale, la redazione di documenti quali la programmazione politica ambientale da parte dell'alta direzione e la redazione del manuale di gestione ambientale, l'attuazione della documentazione e la conduzione degli audit ambientali, la certificazione da parte di terzi e infine il miglioramento continuo e la sorveglianza da parte dell'Ente di certificazione.
Il Sistema EMAS (Eco-Management and Audit Scheme) è un sistema europeo ad adesione volontaria per le imprese e le organizzazioni che desiderano impegnarsi a valutare, migliorare e comunicare la propria efficienza ambientale. EMAS è stato lanciato nel 1993 (Regolamento I) ed è stato sottoposto nel 2001 a revisione (Regolamento 2). La nuova versione del Regolamento ha portato, tra l'altro, all'estensione del sistema a tutti i settori economici, inclusi i servizi pubblici e privati, che operano all'interno dell'Unione Europea. il soggetto che intende ottenere la registrazione identifica gli obiettivi di miglioramento delle prestazioni ambientali che volontariamente intende conseguire, definisce il relativo programma di attuazione e redige una dichiarazione ambientale.
La dichiarazione ambientale deve essere convalidata dall'Organismo Nazionale Competente e successivamente resa pubblica riportando il logo EMAS. Il logo è quindi garanzia di una pianificata e sistematica attenzione alle problematiche ambientali e di un oggettivo, attendibile impegno verso la prevenzione e il miglioramento continuo.
Ecolabel è un metodo di certificazione volontaria della performance ambientale che identifica prodotti o servizi a basso impatto ambientale sulla base di considerazioni riguardanti il loro intero ciclo di vita con lo scopo di incentivarne la presenza sul mercato. Il marchio viene assegnato da terzi (solitamente Enti di Certificazione o Istituzioni) in seguito ad analisi indipendenti. E' il marchio europeo di qualità ecologica che premia i prodotti e i servizi migliori dal punto di vista ambientale, che possono così diversificarsi dai concorrenti presenti sul mercato, mantenendo comunque elevati standard prestazionali.
In Italia le aziende certificate ISO 14001 risultano essere 8.933 (dato aggiornato al 30 settembre 2006). Le aziende certificate EMAS sono invece 391, delle quali 117 si trovano in Emilia Romagna, 59 in Lombardia e 39 in Toscana e rappresentano soprattutto il settore dell'industria alimentare, della produzione e distribuzione di energia elettrica e dei servizi pubblici (dati aggiornati a dicembre 2005). Infine sono 85 le licenze Ecolabel europeo attualmente valide in Italia, per un totale di 1359 prodotti/servizi etichettati, distribuiti tra 13 gruppi di prodotti. Il gruppo di prodotti con il maggior numero di licenze Ecolabel in Italia rimane il "servizio di ricettività turistica" (22 licenze) seguito da quello relativo ai "prodotti tessili" (11 licenze).